Totò Mininanni

Ridisegnare la vita post pandemia non significa solo lavoro da casa, videoconferenze e collegamenti on line ma anche e soprattutto ridefinire le vite negli spazi urbani e domestici. L’obbligo di rimanere a casa, le città blindate e la necessità di mantenere le distanze di sicurezza hanno inevitabilmente generato la necessità di ripensare alla gestione dei luoghi.

A dire la sua sulla questione su questa fase di cambiamento vista dal Sud Salento è l’architetto Salvatore “Toto” Mininanni, di Lecce, appassionato conoscitore del territorio salentino. Tra i suoi lavori, il Piano urbanistico di Presicce-Acquarica alla base della fusione dei due Comuni limitrofi, o quelli di Alliste e Felline per citarne due, ed anche il Piano territoriale di coordinamento della Provincia di Lecce, redatto insieme al professore Bernardo Secchi e Paola Viganò, e pure il Parco Otranto – Santa Maria di Leuca.

Il nuovo ruolo delle città
“Ci sono stati altri momenti in cui epidemie e malattie infettive provocarono disagi nelle relazioni sociali, anche se non di questa portata, e tuttavia la città ha continuato ad essere il luogo principale delle relazioni umane. Più del 50% della popolazione mondiale vive nelle città e le stime per il futuro prossimo danno la percentuale in aumento; perciò non so immaginare un mondo senza le città e senza i luoghi della socialità. Le città – afferma Mininanni – hanno una grande capacità di rigenerarsi, resteranno i luoghi centrali delle relazioni umane ma è necessario una profonda riflessione sul modello di sviluppo, sulla composizione della città e il modo di abitare. Questa pandemia ci dice soprattutto una cosa: il modello di sviluppo che pone al centro il mercato e la finanza che hanno ridotto se non cancellato il welfare sociale e urbano, confligge con le leggi della natura e genera disuguaglianze, perciò è tempo di esplorare forme di adattamento che recuperino il rapporto con la natura o ne usciremo sconfitti”.

L’approccio del Salento, rispetto alla pandemia, è stato decisamente diverso: “Si è dimostrato un luogo in cui la qualità della vita è più alta. La pandemia ci dice che dovremmo proteggere i nostri luoghi e il senso di comunità che li caratterizza e allontanare il desiderio di rincorrere modelli e stili di vita seduttivi e omologanti. Per esempio – continua l’architetto – il Piano urbanistico di Presicce-Acquarica, appena completato, redatto con la guida scientifica di Paola Viganò, non poteva prevedere la pandemia, ma si è riflettuto sulle cause che impediscono la crescita dei nostri territori proponendo una via di uscita incentrata su una coppia di azioni: sostenere la ruralità, ritrovare la città. Il progetto, guarda soprattutto alla rigenerazione della campagna e a nuovi processi produttivi, circolari e sostenibili e, insieme, al riuso degli insediamenti rurali esistenti, ma anche alle nuove forme dell’abitare e dello spazio pubblico”.

Borghi, tradizioni e spazio rurale
“La rinascita dei piccoli centri e dei borghi, ricchi di storia e tradizioni – sottolinea Mininanni – molto dipenderà da come sapremo utilizzeremo lo spazio rurale che tanto ha influito sulla loro nascita. E appena sarà possibile discuteremo anche della nuova forma e dimensione abitativa, pubblica e privata. È necessario ritrovare la giusta relazione tra lo spazio abitativo e le necessità del nostro corpo. Dovremo dilatare lo spazio abitativo con le superfici scoperte: allargare gli affacci, aprire alla luce, dilatare le terrazze e i balconi. Sarà necessario ripensare lo standard abitativo e la composizione dell’alloggio”.

Come cambia l’architettura turistica, in un territorio in cui c’è sempre il rischio di abusi e di spreco del territorio? “Nel periodo compreso tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, quando ancora nel nostro Paese e nel Sud, in particolare, l’interesse per l’ambiente e per il paesaggio era ancora scarso, la nostra costa è stata invasa dalle seconde case generando un lungo fronte edificato pressoché continuo. È necessario ridurre il peso di quel fronte e arretrare l’attività turistica nello spazio rurale retro costiero nel quale le masserie, i casini, le pagghiare, i muretti a secco e le terrazze svelano un “paesaggio monumentale”. Lo spostamento di una parte dell’attività turistica sulle aree retro costiere è funzionale al recupero dei presidi esistenti, alla cura e alla rigenerazione della campagna e del paesaggio anche per superare il danno provocato dalla Xylella. Lo stesso ragionamento vale per gli spazi dedicati all’istruzione. Le scuole, le università, le biblioteche, i musei, insomma i luoghi del sapere non possono essere chiusi. Abbiamo scoperto di essere troppo vulnerabili perciò sarà compito degli architetti costruire spazi più sicuri e salubri”.

Si può lavorare anche dal bar
Come può influire lo smart working sulla gestione degli spazi ? “Il lavoro agile, come viene definito nella lingua italiana, è svincolato da obblighi di tempo e di spazio perciò non avrebbe bisogno di spazi particolari, ha bisogno di un’efficiente infrastruttura telematica che faciliti la connessione e di un buon dispositivo. Il lavoro può essere svolto nel parco, al bar, per strada, in aeroporto, nella stazione. È importante essere connessi; non sono un esperto della materia ma immagino che per gli smart worker il contesto sia ininfluente. Del resto gli smart worker sono definiti nomadi digitali”.

Altra cosa è il coworking, la condivisione dello spazio di lavoro, “il luogo nel quale più competenze professionali si integrano per dare risposte a domande di mercato più complesse anche provenienti da aree più estese. Sono luoghi privilegiati dalle nuove generazioni, abili anche a produrre lavoro a distanza e mi pare che il mercato edilizio locale abbia cominciato ad offrire luoghi attrezzati. Anche per il coworking è necessario poter disporre di infrastrutture telematiche efficienti”.

Bioedilizia e Salento
L’attenzione all’ambiente passa anche dalla bioedilizia. A che punto siamo nel Salento? “La Regione Puglia da tempo (2008) si è dotata di una legge finalizzata proprio alla promozione e incentivazione dell’abitare sostenibile. Non ho dati per fare una valutazione del processo attuativo però mi pare che la gran parte dei professionisti sia orientata verso le pratiche indicate dalla legge. Meno orientati appaiono i committenti perché se è vero che le buone pratiche producano risparmi nel tempo lungo è anche vero che implicano, nell’immediato, costi aggiuntivi che non sempre sono accettabili Ma è la strada da seguire”.

Articolo pubblicato il 9 luglio 2020 su piazzasalento.it