Essere “un figlio di Bari Vecchia” non è per don Angelo Cassano solo una definizione identitaria, ma il segno di un modo di vivere il sacerdozio profondamente radicato nella comunità. Parroco della chiesa di San Carlo Borromeo, nel quartiere Libertà e referente di Libera Puglia, nel tempo è diventato un punto di riferimento per l’intera città e oltre i suoi confini. Il suo impegno si è tradotto in una presenza costante e riconosciuta sul territorio, tanto da guadagnarsi una Laurea Honoris Causa in Innovazione sociale e Politiche di Inclusione, conferita dall’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”, con la motivazione di essere stato sempre contro “le mafie, la corruzione, i fenomeni di criminalità” e di aver lavorato “a favore della giustizia sociale, della ricerca della verità, della tutela dei diritti di tutti”, grazie alla “sua capacità di entrare in contatto diretto con tante persone diverse fra loro”, al suo “approccio comunitario fondato sull’accoglienza e la lotta contro ogni forma di discriminazione”. Un riconoscimento ricevuto lì dove ha scoperto la sua vera vocazione: in un’aula universitaria, da studente ha assistito ad un incontro con don Tonino Bello, da poco vescovo di Molfetta. Un incontro che gli ha cambiato la vita.
Perché ha scelto di aderire a Libera? Avrebbe potuto combattere la mafia e la criminalità anche da indipendente.
“Per me è stato tutto abbastanza naturale, conoscevo don Ciotti già prima che nascesse Libera. Ero alla mia prima esperienza da parroco nel quartiere San Paolo, nella chiesa di San Giovanni Bosco, erano gli anni tra il ‘94 e ’95, e quel territorio era molto più complesso di come può essere oggi; in quella parrocchia ci sono rimasto fino al 2002 e ricordo che non aveva niente, non c’erano le strutture e ciò che poteva servire per le attività di pastorale. In quel periodo si è creato un legame con don Ciotti, che allora animava il gruppo Abele contro le dipendenze. Successivamente, don Ciotti ha dato vita a Libera (25 marzo 1995), e ho continuato a seguire le sue attività, finché in questi ultimi anni mi è stato chiesto di prendermi la responsabilità della Puglia, di essere un referente di Libera qui. Quindi è nato tutto così, spontaneamente, seguendo un percorso che ho sempre visto coerente rispetto al cammino fatto fino ad oggi”.
Concretamente per un parroco che significa combattere la mafia?
“Per un sacerdote combattere la mafia non significa altro se non di fare un lavoro educativo, pastorale, di coscientizzazione dei meccanismi che poi producono il sistema mafioso. Noi uomini di chiesa abbiamo sempre come obiettivo, certamente la legalità e la giustizia, ma attraverso un percorso di accoglienza, di inclusione, un percorso in cui in qualche modo mettiamo in atto delle strategie di prevenzione, soprattutto quando parliamo di minori, che purtroppo sono i più fragili e molte volte finiscono con facilità all’interno di organizzazioni mafiose. Per noi significa lavorare anche per il contrasto alle povertà, andare contro quelle condizioni sociali dentro cui tante volte si trovano le persone per cui si sentono costrette a chiedere favori alle mafie. Questo significa fondamentalmente fare un cammino di giustizia sociale e di legalità. Educare alla legalità per noi significa questo: è una missione che ci chiede anche il Vangelo, perché lì dove ci sono le strutture del male, del peccato, del potere, corruzione e mafia, la Chiesa è chiamata a far contrastarle e sabotarle”.
Dai preti ci si aspetta prediche e sermoni, ma quanto sono utili davvero per costruire una cultura della legalità?
“Non basta fare prediche, anzi! Le prediche non hanno mai cambiato nessuno se non c’è anche un’azione concreta, se non si entra anche nelle storie della gente, nelle situazioni del territorio. Credo che la predica lascia il tempo che trova. Il nostro compito non è giudicare, né reprimere, non siamo chiamati a questo, io poi sono contrario alle azioni solo repressive, quello è un compito della magistratura e delle forze dell’ordine. Noi siamo chiamati a fare un’opera concreta di contrasto attraverso l’educazione, la cultura, l’impegno, attraverso il pungolo alle istituzioni, perché si possano assumere le loro responsabilità. E poi dobbiamo aiutare le persone, anche chi sbaglia, a capire che c’è un’altra possibilità, che c’è un’altra strada. Quando ci confrontiamo con chi delinque o con chi è entrato in giri poco raccomandabili, attraverso le azioni di volontariato o di messa alla prova, tendiamo loro una mano, proviamo a far capire loro la speranza di un’altra strada e un altro futuro da vivere”.
Qual è la situazione in tutta la Puglia come referente libera che come vedi la Puglia sei è divisa in territori in provincia?
“La Puglia è molto lunga, ha un territorio molto vasto e per quanto riguarda le organizzazioni mafiose è assodato che un territorio è diverso dall’altro. La Puglia ha avuto storicamente delle organizzazioni criminali, nel Salento la Sacra Corona Unita, il barese ha i suoi clan e gruppi, che hanno vicinanze camorristiche o ndranghetistiche, a seconda delle alleanze nel tempo, ma che sono anche molto territoriali e molto familistiche. E poi c’è il grande bubbone del Foggiano, nel Gargano, che oggi conta di una mafia potente, che non va sottovalutata. Per quanto molto si sia fatto per il contrasto alle mafie, purtroppo ci sono ancora, vivono il territorio, e a volte sono più potenti del passato, perché possono contare su una solida base economica e su una capacità e potere di infiltrazione molto alta. Magari spara di meno, non fa vittime come in passato, ma è presente nei gangli dell’economia: dal turismo agli affari di ingenti capitali, guadagnati attraverso lo spaccio della droga, che vengono investiti nell’edilizia pubblica e privata. Purtroppo la mafia non ha difficoltà ad infiltrarsi nella politica. La Puglia per tanti aspetti è una regione che nel meridione sì distingue positivamente, ma per alcuni versi non è da meno ad altre, sotto l’aspetto della criminalità”.
Hai mai avuto paura?
“Con la paura si convive, certo che si ha paura, però credo che ci vuole anche una dose di coraggio, pensando di essere dentro un percorso del noi e non individuale: non sono io che da solo posso cambiare le cose, sarebbe impensabile, né si può pensare di fare gli eroi, che non serve. Non si cammina in solitudine e spesso i proclami di “preti antimafia” a volte sono solo delle etichette che non aiutano. Noi dobbiamo provare a lavorare nei territori a far lavorare la gente a essere una comunità, ad essere un noi, altrimenti finisce che si delega solo ad una persona e la storia ci ha insegnato che alla fine crea solo solitudine, impotenza. Facendo paradossalmente il gioco delle mafie che si alimentano nelle solitudini, nei vuoti”.
Lei entra nelle case delle persone, parla con tutti c’è qualche aspetto che sfugge alle istituzioni?
“È inevitabile che sfugge qualcosa alle istituzioni, anche perché oggi vengono recepite un po’ distanti e lontane dai problemi quotidiani della gente. Questo non aiuta, perché c’è un bisogno di ascolto esorbitante. C’è un bisogno di distinguere le situazioni per non confondere tutti: nella società odierna ci sono delle problematiche che vanno affrontate, non generalizzando i problemi, ma devono essere gestite singolarmente nella quotidianità, offrendo a chi ha bisogno delle possibilità, delle occasioni di lavoro, delle opportunità di riscatto, perché altrimenti non ne usciamo. Uno dei problemi più incalzanti adesso è quello legato alle politiche dell’abitare: non bastano i proclami, bisogna andare incontro ai problemi, ai bisogni della gente, delle famiglie, dei figli minori. Ci sono delle situazioni che a cui va messa più attenzione, altrimenti poi ci ritroviamo a inseguire le emergenze, come sempre, a investire soldi sull’emergenza, ma senza ottenere nessun risultato. Inoltre, il clima che si sta diffondendo, securitario, di repressione, il pensare che solo con questo modello si possono risolvere problemi, non lo vedo positivo”.
Di quali segnali dovremmo preoccuparci adesso?
“Secondo me della realtà giovanile. Delle droghe di cui si sta parlando poco o per niente, c’è un aumento di sostanze stupefacenti anche sintetiche, c’è un aumento del crack che sta creando degli effetti pericolosi sulla salute dei ragazzi, dei minori. C’è un disagio giovanile che non viene fuori, una rabbia che va in qualche modo analizzata, c’è un malessere che va affrontato con gli strumenti giusti, con le proposte operative, perché la scuola e le istituzioni non ce la fanno da soli. E neanche le famiglie riescono a reggere, hanno bisogno di essere aiutate”.
Esiste uno stigma dell’antimafia si è sentito un po’ ogni tanto isolato?
“Sì, l’antimafia a volte va secondo le stagioni, in alcuni casi. Alcuni si fregiano di questo titolo, perché fa effetto, fa audience, qualcuno lo utilizza strumentalmente. A volte vedo degli interessi dietro questo uso eccessivo della legalità e dell’antimafia. È chiaro e naturale che tutti sono per la legalità, per l’antimafia, però poi come mai i fenomeni corruttivi a volte coinvolgono anche quelli che fanno proclami a favore della legalità? C’è il rischio che diventi retorica celebrativa e noi in qualche modo dobbiamo diffidare, dobbiamo fare una nuova rilettura dell’antimafia: anche all’interno di Libera, dopo 30 anni, ci siamo rimessi in discussione, sui temi e sulle questioni da affrontare. Dobbiamo stare attenti a un’antimafia che cede alla retorica, alle cerimonie, alle commemorazioni, alle targhe. Noi vogliamo che ci sia una comprensione di quello che oggi è realmente il fenomeno mafioso e di combattere la cultura mafiosa che si sta facendo largo sempre di più e che riceve consenso. Questo inevitabilmente ci pone degli interrogativi molto chiari, molto netti”.
I cittadini come possono fare la loro parte?
“Ovviamente da soli non si fa niente, è importante ed essenziale che ci sia una rete di cittadinanza: comitati, condomini, comunità parrocchiali, associazioni. Ci dev’essere una sorta di alleanza, il cittadino singolo in alcuni territori non ce la fa, non riesce a reagire, ha paura di intervenire. Però associandosi, mettendosi insieme, trovando quei canali giusti in cui c’è sostegno e condivisione, allora sì che può fare la differenza, che si può attuare un vero cambiamento”.
Ilaria Lia


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