Un racconto tra ricordi personali e un dettagliato resoconto di ciò che è accaduto prima del maxi processo, il primo grande processo nel Salento contro la Sacra Corona Unita. Il magistrato Francesco Mandoi, nel suo libro “Né eroe né guerriero” edito da Besa con prefazione di Nino Di Matteo, intende relegare a futura memoria quegli anni difficili ma allo stesso tempo fruttuosi per la salvaguardia del territorio e per ristabilire la presenza dello Stato in un’area che sembrava immune dalle attività criminali, ma che lentamente stava inginocchiandosi.
Uno spaccato di vita che ancora parla ai giorni nostri e che traccia la strada maestra per coltivare i semi della legalità. A partire dal libro, ecco una chiacchierata con il magistrato Mandoi.
Dopo una vita passata a combattere la mafia, cosa l’ha spinta a sentire l’urgenza di raccontare la sua esperienza in un libro?
È stata data dal desiderio di ricordare la cronaca, ciò che è avvenuto, i pericoli e i rischi della situazione vissuta in quegli anni, dagli inizi degli anni ’80 in poi, che ho affrontato io come magistrato e tutti quanti come comunità; per far ricordare e non dimenticare ciò che è stata la lotta alla Sacra Corona Unita e per far conoscere alle giovani generazioni quello che è stato da un punto di vista privilegiato, dall’interno, ripercorrendo l’istruttoria in vista del maxi processo. Tra l’altro, il racconto di quel periodo è stato svolto quasi all’interno di una ristretta cerchia di persone, senza che la comunità venisse coinvolta nelle varie fasi.
Com’era la mafia nel Salento nei primi anni Novanta e come si è evoluta fino a oggi?
La mafia è sempre uguale a se stessa. Nel Salento, in quegli anni, era più violenta perché doveva affermarsi e manifestare la propria forza; soprattutto doveva assicurarsi il predominio sul territorio, sgomberandolo anche con gli omicidi da altri criminali che non intendevano accettare le regole della nuova mafia, la sua avidità, il suo desiderio di imporsi in tutte le attività criminali e di pretendere i proventi.
La sua evoluzione è stata in parte determinata dal contrasto da parte della magistratura e delle forze dell’ordine, che l’hanno costretta a essere meno apparente, ma anche dal fatto che, non avendo più ostacoli da parte della stessa criminalità che operava in settori particolari, non ha avuto necessità di scontri, se non in rari momenti, che si sono poi sostanziati con gli omicidi fino ai giorni nostri.
Nel tempo è cambiato anche il modo di contrastare la criminalità organizzata: quali sono state le principali tappe di questa evoluzione?
Il maxi processo ha dato il via a tutto: è stata la sperimentazione di un metodo di indagine che ha consentito di collegare i singoli episodi, il loro esame accurato, di integrarli con le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e degli informatori e di metterli insieme alle intercettazioni telefoniche.
Si è iniziato a collegare i vari fili e questo metodo ci ha permesso di arrivare al maxi processo. Spesso alcuni elementi risultavano apparentemente slegati fra di loro, ma ragionandoci si riusciva alla fine a inserirli in un contesto che dava senso a tutto. Questo metodo è diventato ormai usuale da parte delle forze di polizia e anche della magistratura.
Poi c’è stato il secondo step, dettato da Giovanni Falcone, che invitava a “seguire il denaro”: anche noi lo abbiamo applicato sul nostro territorio, in particolare in alcune aree geografiche dal brindisino al tarantino e in parte nel leccese. Siamo riusciti a individuare significativi investimenti di denaro e, altre volte, beni immobili. Importante è stato quando abbiamo cominciato a fare le intercettazioni dei telefoni cellulari (siamo stati i primi in Italia). Le tappe successive hanno riguardato l’evoluzione della giurisprudenza sul contrasto alla criminalità, come per esempio l’uso delle intercettazioni ambientali.
Fenomeni come racket, usura e spaccio di droga sono attività separate o esiste un collegamento strutturale tra loro?
Dico sempre che l’associazione per delinquere è come una società per azioni. La Sacra Corona Unita, per esempio, è stata creata da Giuseppe Rogoli con una struttura che potremmo definire lo statuto di una Spa, e questo vale anche in altri ambiti.
C’è uno statuto e un oggetto sociale, che è il conseguimento del massimo profitto. Il modo di agire della società è quello di non avere alcun rispetto per nessun genere di regole, pur di conseguire il massimo profitto. E poi, ad essa legati, ci sono i vari organi che nella Sacra Corona Unita si declinano in capo bastone, vangelo, santa, crimine e così via.
Nella società per azioni entrano quelli che condividono lo scopo sociale: conseguire il maggior guadagno possibile senza rispettare le regole. Droga, racket, usura sono tanti volti dei mezzi usati per il conseguimento dello scopo sociale e quindi sono necessariamente interconnessi.
Quali sono oggi i segnali di pericolo a cui cittadini e comunità dovrebbero prestare maggiore attenzione?
L’ultimo report dei vigili del fuoco dice che nel 2025 ci sono stati 371 incendi di autovetture su 365 giorni all’anno: quasi un incendio al giorno. In assoluta prevalenza si tratta di incendi dolosi.
La domanda che bisogna porsi è: che cosa significa tutto questo? Che cosa significano gli incendi dei chioschi nei lidi? Significa, a mio avviso, che c’è qualcosa che non è evidente. La gente un po’ si è abituata a questi fenomeni, li considera quasi fisiologici, ma non lo sono: rappresentano un segnale preoccupante di presenza di criminalità attuale o potenziale, perché potrebbero esserci gruppi o soggetti che intendono affermarsi sul territorio e che mirano a costituire un progetto futuro di associazione criminale, avendo sempre come modello la Sacra Corona Unita, adottato da tutte le organizzazioni succedutesi nel tempo.
Per anni si è negata l’esistenza del problema mafioso, nonostante le evidenze. Ritiene che anche oggi le classi dirigenti tendano a sottovalutare il fenomeno per evitare di assumersi precise responsabilità?
Sì, si tende a minimizzare o addirittura a ignorare o rimuovere il fenomeno, perché questo porta inevitabilmente a una domanda: perché nascono queste organizzazioni? Nascono anche perché c’è un diffuso disagio sociale, che io intendo come la percezione di una difficoltà nel conseguire obiettivi di miglioramento della propria vita se non attraverso la criminalità.
Questo è inevitabilmente frutto della politica e delle politiche. Nel momento in cui vengono occupate le case, perché la criminalità lo permette, c’è sicuramente un problema di criminalità ma anche un problema di edilizia popolare, che non è sufficiente per garantire una casa senza occuparne un’altra. È tutto collegato.
Ecco la ragione per la quale certe domande la politica non se le fa, perché altrimenti dovrebbe darsi anche altre risposte e dovrebbe essere in grado di spiegare perché, invece di potenziare gli strumenti per la lotta alla mafia, li sta depotenziando introducendo varie norme che rendono sempre più complicato perseguire la criminalità.
Come può un cittadino difendersi e continuare ad avere fiducia nelle istituzioni?
Il cittadino dovrebbe informarsi. L’informazione, se fatta correttamente, consente al cittadino di crearsi idee proprie e quindi di scegliere in maniera favorevole ai propri interessi e soprattutto ai propri principi, decidendo come comportarsi all’interno della comunità.
Ci si difende informandosi e informando, evitando di cadere nella sfiducia; bisogna avere perseveranza. E poi si deve denunciare e partecipare alla vita collettiva: il cittadino ha un ruolo ben definito nella lotta alla mafia e deve esercitarlo. Per denunciare basta dirlo alle orecchie di attenti servitori dello Stato, che esistono in qualunque ambito e in qualunque comunità.
Capisco che possa nascere sfiducia nel momento in cui vengono introdotte norme per le quali, ad esempio, l’interrogatorio di uno spacciatore si deve fare cinque giorni dopo averlo denunciato; questo non favorisce la fiducia nei confronti dello Stato. Allo stesso modo, però, è importante rendersi conto che tacere significa, alla lunga, soggiacere alla criminalità.
Nel suo libro rende omaggio ai colleghi che hanno perso la vita. Lei ha anche conosciuto Giovanni Falcone: quanto è stato per lei una fonte di ispirazione umana e professionale?
Falcone ha avuto un peso enorme. È stato per me sempre un modello di ispirazione nel metodo di lavoro, nella conduzione delle indagini, ma anche come magistrato: sempre lontano da rapporti che avrebbero potuto condizionarlo, con un’alta concezione del proprio ruolo e con l’indipendenza essenziale per svolgere bene il suo lavoro.
La mafia si nutre di omertà e bassa cultura e cresce nelle zone d’ombra. Non basta solo la repressione giudiziaria, ma servono educazione e cultura della legalità: quale ruolo hanno scuola, famiglia e società civile in questa battaglia?
Ci deve essere un salto culturale rispetto all’omertà, basato sul rispetto della legalità e sul desiderio che anche gli altri rispettino le regole, e quindi sulla capacità di far emergere eventuali violazioni. È necessaria informazione e il giusto approccio con i giovani, oltre a un rapporto di collaborazione fra scuola, famiglia e comunità.
Questi tre elementi non possono essere monadi isolate, ma devono interfacciarsi per comprendere se ci sono momenti di disagio e intervenire. È tutto connesso. L’esistenza delle mafie non è colpa della società: è la volontà di gruppi di persone di prevaricare sugli altri. L’accettazione della cultura mafiosa, e quindi della possibilità che qualcuno possa prevaricare senza rispettare le regole perché così si guadagna di più, è un problema della società.
Le è venuta voglia di scrivere un altro libro sulle sue esperienze nella lotta alla mafia?
La mia voglia è quella di cercare di far capire come la mafia sia un fenomeno che ha ormai raggiunto una dimensione enormemente vasta e che viene incentivato da vari atteggiamenti sociali. Il mio desiderio è raccontare ciò che è accaduto quando sono uscito dal mio lavoro e con quanta facilità le mafie siano riuscite ad arrivare in tanti Paesi senza problemi, e come la lotta alle mafie non possa essere fatta solo con interventi politici esterni o con indagini internazionali.
Ilaria Lia



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